
Bologna, 19/08/2026 Comunicato stampa
Acqua, alluvioni e siccità: l’Emilia Romagna ha bisogno di una strategia, non di opere sparse
Sicurezza idraulica e disponibilità d’acqua devono essere affrontate insieme, valutando ogni invaso per costi, benefici, gestione dei sedimenti, impatti sugli ecosistemi e alternative possibili. «Non serve una diga per ogni problema: serve una politica dell’acqua capace di tenere insieme montagna, pianura e costa»
A leggere gli appelli sulla necessità di progettare con lungimiranza il futuro dell’acqua in Romagna, viene spontanea una riflessione, volutamente ironica ma tutt’altro che leggera: una diga per ogni fiume
Sicurezza idraulica e disponibilità d’acqua devono essere affrontate insieme, valutando ogni invaso per costi, benefici, gestione dei sedimenti, impatti sugli ecosistemi e alternative possibili. «Non serve una diga per ogni problema: serve una politica dell’acqua capace di tenere insieme montagna, pianura e costa».
La necessità di garantire sicurezza idraulica e disponibilità d’acqua è evidente. Le alluvioni del 2023 e del 2024 e le ricorrenti stagioni di siccità hanno mostrato con chiarezza quanto il territorio sia esposto a fenomeni estremi e quanto sia urgente cambiare passo nella gestione della risorsa idrica.
Ma proprio per questo non possiamo permetterci di rispondere alle emergenze con una somma di opere decise caso per caso.
La politica dell’acqua non può ridursi a un elenco di dighe da costruire. Ogni nuovo invaso deve essere inserito in una pianificazione complessiva, costruita sulla conoscenza dei singoli bacini e delle relazioni tra montagna, pianura e costa.
È questa la direzione indicata già nel dicembre 2024 da Francesco Occhipinti, direttore di Legambiente Emilia-Romagna, quando aveva richiamato la necessità di un’azione di sistema per affrontare gli eventi estremi. Sicurezza dei corsi d’acqua e infrastrutture idrauliche devono procedere insieme alla salvaguardia ecologica e alla tutela della qualità degli ecosistemi fluviali.
Già nel febbraio dello stesso anno Occhipinti aveva sottolineato inoltre l’esigenza di affiancare agli interventi urgenti una pianificazione fondata sulle caratteristiche dei bacini e capace di superare la frammentazione delle competenze.
È proprio questa visione di sistema che oggi deve guidare il confronto politico e istituzionale.
Non esiste una politica dell’acqua se si guarda soltanto a un’opera.
Un fiume non è un semplice canale attraverso cui far scorrere o accumulare acqua. Trasporta sedimenti e nutrienti, alimenta gli ecosistemi, ricarica territori e collega tra loro ambienti diversi.
Per questo ogni intervento sul fiume produce effetti che non si fermano nel punto in cui viene realizzato. Ciò che accade in montagna può avere conseguenze sulla pianura; ciò che accade lungo l’asta fluviale può ripercuotersi sulla costa.
La domanda politica, quindi, non può essere soltanto: dove possiamo costruire un nuovo invaso?
La domanda deve essere: quale sistema di gestione dell’acqua serve alla Romagna nei prossimi decenni?
Sedimenti: un costo che non può essere nascosto sotto il tappeto
Tra gli aspetti che devono entrare con maggiore forza nel dibattito c’è la gestione dei sedimenti.
La realizzazione di un invaso modifica il naturale trasporto dei materiali lungo il corso d’acqua. Una parte dei sedimenti può accumularsi nel bacino, riducendone progressivamente la capacità e rendendo necessarie attività periodiche di gestione, rimozione e destinazione dei materiali.
Non si tratta quindi soltanto di costruire un’opera e contabilizzarne il costo iniziale.
Bisogna sapere quanto costerà mantenerla efficiente tra venti, trenta o cinquant’anni.
La riduzione dei sedimenti che raggiungono la costa può inoltre contribuire ad aggravare i fenomeni erosivi e rendere necessari ulteriori interventi di ripascimento. In alcuni casi, i materiali trattenuti a monte devono essere recuperati, trasportati e destinati artificialmente alle aree costiere.
Questo significa che un costo sostenuto a monte può trasformarsi in un problema e in una nuova spesa a valle.
Non tutte le dighe producono gli stessi effetti e ogni progetto presenta caratteristiche specifiche. Proprio per questo occorre smettere di discutere delle opere in termini ideologici e valutarle con strumenti tecnici, economici e ambientali trasparenti.
Prima di decidere, deve essere costruito un bilancio completo dell’opera, che consideri almeno:
- i costi di progettazione e costruzione;
- i costi di manutenzione e gestione nel lungo periodo;
- la perdita progressiva di capacità dovuta all’interrimento;
- le modalità e i costi di gestione dei sedimenti;
- gli effetti sugli ecosistemi fluviali e costieri;
- il consumo di suolo e le conseguenze per le comunità interessate;
- i benefici effettivi in termini di sicurezza idraulica e disponibilità d’acqua;
- le alternative capaci di raggiungere gli stessi obiettivi con minori costi e impatti.
La sostenibilità di un’opera non si misura soltanto nel giorno in cui viene inaugurata, ma lungo tutto il suo ciclo di vita.
Le dighe possono servire. Ma non possono diventare la risposta automatica
Legambiente non sostiene una posizione di contrarietà pregiudiziale nei confronti dei nuovi invasi.
Una diga può essere utile quando risponde a un bisogno dimostrato, quando è inserita in una strategia di bacino e quando il rapporto tra benefici, costi e impatti risulta effettivamente favorevole.
Il problema nasce quando l’invaso viene trasformato nella risposta standard a qualsiasi problema legato all’acqua.
La Romagna non ha bisogno di una competizione tra territori per stabilire chi costruirà più opere. Ha bisogno di una gerarchia delle priorità, basata sui fabbisogni reali, sulle caratteristiche dei bacini e sulla capacità di ogni intervento di produrre benefici per il sistema nel suo complesso.
La domanda da porre non è quindi quanti nuovi sbarramenti costruire, ma quale combinazione di interventi possa garantire il miglior equilibrio tra sicurezza, disponibilità idrica, sostenibilità economica e tutela ambientale.
Una strategia seria deve mettere insieme:
- nuovi invasi, nei luoghi in cui risultino realmente necessari;
- riduzione delle perdite nelle reti acquedottistiche e irrigue;
- manutenzione e ammodernamento delle infrastrutture esistenti;
- risparmio, recupero e riuso dell’acqua;
- gestione sostenibile delle falde;
- adeguamento delle pratiche agricole alla disponibilità effettiva della risorsa;
- maggiore capacità dei territori di assorbire e trattenere l’acqua;
- rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e recupero delle aree di espansione;
- coordinamento delle decisioni a scala di bacino.
Non è una scelta tra infrastrutture e ambiente. È una scelta tra una gestione frammentata dell’acqua e una politica capace di governare l’intero ciclo idrico.
Basta politiche schizofreniche: alluvioni e siccità vanno affrontate insieme
Dopo le alluvioni e le successive fasi di scarsità idrica, il rischio è quello di affrontare fenomeni opposti con politiche altrettanto opposte e non coordinate.
Da una parte si tende ad accelerare il deflusso dell’acqua attraverso interventi sugli alvei e sulla vegetazione, trattando il fiume come una semplice infrastruttura di scarico.
Dall’altra, quando arriva la siccità, si propongono grandi invasi, nuovi canali e ulteriori opere per trattenere e distribuire l’acqua.
Questa contrapposizione non è una strategia.
La sicurezza idraulica non può essere separata dalla gestione della siccità. Un territorio che accelera sistematicamente il deflusso quando piove e poi investe per trattenere artificialmente l’acqua quando manca rischia di sostenere costi elevati senza affrontare alla radice le proprie vulnerabilità.
Serve invece una gestione capace di rallentare, trattenere, infiltrare, accumulare e utilizzare l’acqua dove e quando è necessario, rispettando al tempo stesso la funzionalità degli ecosistemi.
L’acqua non è una risorsa isolata dal territorio: è parte di un unico ciclo.
Le trasformazioni realizzate in montagna producono effetti in pianura. Gli interventi sui fiumi incidono sulla costa. Le scelte agricole e urbanistiche influenzano i consumi e, contemporaneamente, la capacità del suolo di assorbire le precipitazioni.
Governare l’acqua significa governare queste relazioni, non limitarsi a intervenire sull’ultimo anello della catena.
L’Emilia Romagna ha bisogno di una politica dell’acqua, non di una politica delle opere
L’Emilia-Romagna ha bisogno di una politica dell’acqua capace di superare definitivamente la frammentazione territoriale e la logica dell’emergenza.
Le alluvioni del 2023 e del 2024 non possono essere utilizzate soltanto per giustificare nuove opere. Devono diventare l’occasione per ripensare complessivamente il modo in cui il territorio gestisce l’acqua, dal crinale fino al mare.
Ogni intervento deve essere valutato per il contributo effettivo che può offrire all’intero sistema, non soltanto per il beneficio immediato destinato a un singolo territorio o settore.
Una pianificazione lungimirante deve chiedersi non soltanto quanta acqua sia possibile accumulare, ma anche:
- quanta ne viene consumata;
- quanta viene dispersa dalle reti;
- quanta può essere recuperata e riutilizzata;
- quanta deve essere restituita agli ecosistemi;
- quali effetti producono le opere sul trasporto dei sedimenti;
- quali costi futuri saranno necessari per gestire o correggere le conseguenze degli interventi.
Prima di costruire, bisogna dimostrare che quella sia davvero la soluzione migliore.
La realizzazione di nuovi invasi può quindi fare parte della risposta, ma soltanto dopo un confronto trasparente tra alternative e sulla base di valutazioni tecniche, economiche e ambientali complete.
La sfida non è costruire un’opera per ogni corso d’acqua.
La sfida è costruire una strategia comune per l’intera Regione.
Una strategia che affronti insieme alluvioni e siccità, fabbisogni agricoli e disponibilità della risorsa, sicurezza dei territori e tutela degli ecosistemi, gestione dei sedimenti ed erosione costiera.
Una strategia che impedisca di trasferire il problema da un territorio all’altro, dal monte alla valle, dalla valle alla costa o dal presente alle generazioni future.
È questa la responsabilità che oggi spetta alla politica: non scegliere preventivamente un’opera, ma costruire le condizioni perché ogni scelta sull’acqua sia fondata sull’interesse dell’intero territorio romagnolo.