
Osservazioni al Progetto di variante al Piano di Assetto Idrogeologico Po a cura del circolo Legambiente Lamone Faenza
Premessa
Condividendo le osservazioni di carattere più generale, formulate insieme alla struttura regionale Legambiente Emilia-Romagna, aggiungiamo alcune considerazioni più specifiche per i bacini del nostro territorio, che inviamo non solo alla “Conferenza permanente Istituzionale Permanente – Autorità Distrettuale di Bacino del fiume Po”, ma a tutti gli Enti Locali, alle Associazioni di categoria e ai diversi Comitati degli alluvionati che si sono costituiti.
I Piani di assetto idrogeologico dei diversi bacini sono strumenti strategici, con la “finalità di ridurre il rischio idrogeologico entro valori compatibili con gli usi del suolo in atto, in modo tale da salvaguardare l’incolumità delle persone e ridurre al minimo i danni ai beni esposti”.
A maggior ragione oggi la variante di cui discutiamo, dopo i diversi eventi alluvionali accaduti, non è semplicemente una questione tecnica o ingegneristica, ma implica un ripensamento complessivo dell’uso del territorio, della dislocazione delle diverse attività, dei sistemi di protezione, ecc… e quindi deve investire anche la sfera sociale, la partecipazione e il coinvolgimento attivo delle diverse fasce della popolazione.
In questo processo servono competenze specifiche, tecniche, istituzionali e non solo, (a partire da: Autorità di Bacino, Agenzia della Protezione Civile, Regione Emilia-Romagna, Consorzi di bonifica, EE.LL) ma pensiamo non basti.
Occorre, insieme, coinvolgere anche associazioni, comitati, cittadini, agricoltori, imprenditori interessati, affinché portino il loro patrimonio di conoscenze ed esperienze, oltre che di bisogni attuali, da parte di chi ha vissuto direttamente gli eventi alluvionali.
Questo lavoro capillare non è stato fatto, se non in parte, in questi ultimi tempi, e dovrà essere ripreso successivamente al deposito delle osservazioni.
Tutto questo, anche per cercare di fare chiarezza su alcuni luoghi comuni: assistiamo ancora a semplificazioni e narrazioni fuorvianti sulle cause e sulle possibili soluzioni per gli eventi alluvionali accaduti, a volte in buona fede, in altre palesemente strumentali.
Speriamo siano sempre meno coloro che continuano a negare la realtà dei cambiamenti climatici e dei loro effetti, ma la questione non è solo questa, qualcuno continua a sostenere che:
tutto è dipeso solo dalla “non pulizia” degli alvei e dalla presenza di vegetazione ripariale, per le esondazioni;
la rottura degli argini solo dalla presenza di animali fossori;
oppure, che sarebbero sufficienti solo qualche intervento a monte (briglie, laghetti…)senza nessuna altra opera a valle.
A questo proposito una prima richiesta di approfondimento che avanziamo non solo agli estensori del PAI, ma a tutti i soggetti in campo, incluse le Università, è quella di provare, per quanto possibile, ad approfondire scientificamente l’impatto di tutti questi elementi sulla riduzione effettiva delle portate e sulla condizione degli argini, durante gli eventi catastrofici accaduti, e confrontarli pubblicamente.
Noi pensiamo che le carenze di manutenzione, l’accumulo di detriti e sedimenti in alcuni tratti, il deterioramento di alcuni argini, abbiano indubbiamente avuto effetti negativi e devono essere affrontati, ma che con le masse d’acqua in questione, gli effetti finali non sarebbero cambiati di molto e sono necessari, quindi, diversi altri interventi aggiuntivi.
Così come riteniamo vada chiarito che, a parte qualche manutenzione necessaria, non è praticabile “un radicale dragaggio degli alvei” perché, abbassando le quote di fondo, si mettono in crisi le scarpate, i ponti, gli attraversamenti di subalveo; si diminuirebbe la pendenza di fondo già molto bassa in pianura e l’effetto rallentamento peggiora le condizioni del deflusso.
Così come, nella parte alta del bacino, le ipotetiche opere di ritenuta delle portate avrebbero una valenza di laminazione poco significativa, perché hanno a monte una piccola parte della superficie che contribuisce a formare la piena, oltre che grandi problemi di manutenzione.
Queste nostre affermazioni, che naturalmente possono essere contestate, sono in antitesi a molte delle semplificazioni citate.
Tentare di arrivare, per quanto possibile, ad una visione condivisa delle criticità e delle possibili soluzioni, non deriva da una astratta vocazione ecumenica, ma piuttosto dalla consapevolezza che per farvi fronte è necessario condividere e aggregare comportamenti e impegni comuni.
Alcune considerazioni di merito
Prima di esaminare le diverse ipotesi di opere che vengono avanzate dalla variante del PAI-PO, per i diversi bacini, ci interessa richiamare alcuni punti fermi, in gran parte presenti nel Capitolo 6. Linee di assetto (pag.28 – 35) della Relazione Tecnica Fasce Fluviali, nel quale tutte le principali questioni sono messe in ordine, anche se non sempre opportunamente declinate:
° “il presupposto che il rischio zero – inteso come la messa in sicurezza assoluta del territorio – non è conseguibile”,
pertanto va sempre ricordato che a fronte di eventi significativi, sempre possibili, va considerato un “rischio residuo” al quale fare fronte non solo con le opere, che si riterranno necessarie e possibili, ma anche con altri interventi, misure, comportamenti:
– mettere a punto un sistema costante di vigilanza sui corsi d’acqua, con chiare responsabilità istituzionali, e – solo eventualmente in collaborazione con associazioni di volontariato – raccogliendo segnalazioni dei singoli cittadini;
– rafforzare la preparazione della popolazione sui sistemi di protezione civile;
– adattare costruzioni e spazi rurali a possibili esondazioni, ma lo stesso vale nelle aree urbane a possibile rischio, adattando le abitazioni, prevedendo, per quanto possibile, di liberare locali ai piani sotterranei, spostando centraline e apparati elettrici, ecc.
Da questo punto di vista occorre favorire e riconoscere le spese per la messa in sicurezza degli impianti sia per i risarcimenti in corso per le abitazioni alluvionate evitando il “ costruire come era e dove era”, che per gli interventi preventivi migliorativi dì impianti essenziali nei momenti critici
° Il principio del “dare più spazio al fiume” ,
va declinato in tutte le situazioni possibili; verificando la possibilità di spostamento in pianura degli argini; la verifica di tutte le aree golenali, più o meno significative, che potrebbero essere allargate; oltre che le necessarie e possibili piccole opere e manutenzioni degli alvei, dove possibile anche a partire da monte.
Ricordando che ogni azione di restituzione di spazio al fiume aiuta a ridurre il rischio.
In questo quadro resta problematica l’azione di contenimento dovuta ai tanti ponti, alcuni dei quali dovranno essere modificati.
Ipotizzando quali potrebbero essere gli effetti positivi sulle portate, con il necessario coinvolgimento degli abitanti, a partire dalle loro conoscenze dirette.
Naturalmente non si tratterebbe di interventi di per sé risolutivi, ma che potrebbero portare qualche beneficio aggiuntivo (da valutare e quantificare) con costi e tempi di realizzazione relativamente ridotti.
° Poi naturalmente sono necessarie anche casse di espansione, dove fosse possibile anche in linea (quindi con un allargamento degli alvei) altre fuori linea, sia quelle progettate e non terminate e altre nuove.
° Un importante beneficio può venire dalle aree di laminazione, da verificare secondo precise indicazioni progettuali.
° Infine, dopo tutti gli altri interventi, possono essere sperimentate, come misura emergenziale e in zone appropriate, aree di tracimazione controllata, considerando anche possibili delocalizzazioni, volontarie.
Si tratta di interventi che hanno importanti impatti e quindi in tutti questi casi ovviamente, oltre al coinvolgimento dei cittadini e delle attività che insistono su queste aree, devono essere previste le giuste compensazioni e risarcimenti, non solo dopo gli eventuali eventi, ma da subito regolamentando una vera e propria “servitù di allagamento” (si è in attesa della Delibera attuativa della legge regionale).
Se da un lato è comprensibile che chi vive e/o lavora in aree ipotizzate a questo fine, sia giustamente preoccupato e voglia verificare tutte le possibili alternative, tuttavia deve essere ribadito che una opposizione di principio, non può significare che, in casi di eventi eccezionali, le tracimazioni siano semplicemente casuali e incontrollate.
° In aggiunta agli interventi diretti sui bacini fluviali, sono necessarie anche misure specifiche nei centri urbani: evitando nuovo consumo di suolo; tecniche di drenaggio urbano sostenibili; desigillazione di aree impermeabilizzate; adeguamento e manutenzione delle reti fognarie; delle valvole di non ritorno; dei sistemi di pompaggio…
Interventi che non sono in capo all’autorità di bacino o al PAI, ma piuttosto agli Enti Locali che non possono delegare all’esterno queste funzioni (ad esempio ai gestori del servizio idrico) ma devono riprendere la conoscenza e il controllo dei loro territori.
° Il reticolo di drenaggio urbano è messo in crisi dalla crescente impermeabilizzazione delle superfici, anche se dalla adozione dei piani di bacino (oltre 25 anni fa) vige la regola dell’invarianza idraulica (probabilmente non correttamente applicata) questo aspetto non influisce significativamente sulla formazione delle piene di alvei dei fiumi appenninici.
Ma, come abbiamo visto, può produrre fenomeni di allagamento per la fuoriuscita dalle fogne.
Sulle proposte di opere ipotizzate dal PAI
Partendo da queste premesse, alcuni comitati e circoli hanno costruito specifiche osservazioni alle opere proposte, che in larga parte condividiamo.
In generale, riteniamo necessario che per ogni opera ipotizzata sia necessario avere un maggiore approfondimento progettale evidenziando gli impatti precisi sul territorio circostante, oltre che indicare meglio i vantaggi in termini di difesa dei manufatti e sulla riduzione delle portate a valle.
Questo per rendere consapevoli i cittadini, valutare le possibili controindicazioni, potere fare un ordine di priorità, considerando costi e benefici.
Il tutto, nella consapevolezza che non tutto si potrà fare subito e che alcune ipotesi potrebbero essere riconsiderate in corso d’opera, ma all’interno di una strategia complessiva che preveda anche un ordine di priorità e una indicazione di tempistiche.
In conclusione, la nostra richiesta, non solo all’Autorità di bacino ma tutti i soggetti coinvolti a livello regionale e nei singoli territori, è di conoscere quale, e in che tempi, ci sarà un ritorno sulle osservazioni inviate, per poter avviare nei singoli territori verifiche precise sul merito dei progetti prioritari che saranno indicati, assieme allo stato dell’avanzamento dei lavori svolti, in somma urgenza, o in corso, affinché tutti abbiano contezza dello stato della situazione.
Osservazioni specifiche sulle opere ipotizzate nei nostri territori
Ci limitiamo a prendere in considerazione le ipotesi per i bacini del Lamone e del Marzeno e una porzione del Montone, mentre per quello del Senio, ci riconosciamo nelle osservazioni predisposte dai Comitati del Fiume Senio.
Sulle proposte di opere ipotizzate dal PAI
Come promemoria per la lettura riportiamo le esposizioni indicate nelle monografie del PAI (in corsivo) con alcune brevi osservazioni (sottolineate):
Per il Bacino del Lamone – Marzeno (in ordine di esposizione)
Il primo intervento è previsto “in corrispondenza dell’edificio delle Terme di Brisighella,
in destra idraulica” per adeguare e potenziare il sistema difensivo per il contenimento dei livelli idrici.
Ci sembra un intervento utile per difendere le aree circostanti
Il secondo, verso Sarna, via Molino del rosso – 3 casse di laminazione fuori linea:
- SX 1.035.000 m3
- SX (più a valle) 480.000 m3
- DX 600.000 m3
Questi interventi, da tempo progettati e oggi ampliati nel PAI, devono essere tra le prime priorità per gli interventi sul Lamone
Il terzo, centro abitato di Marzeno,
- in SX idraulica sistema difensivo per il contenimento idrico
- in DX idraulica rimodellamento aree golenali
si tratta di interventi non particolarmente complessi, indubbiamente necessari per l’abitato di Marzeno
Il quarto, a valle dell’abitato di Marzeno
- in corrispondenza dell’abitato di Santa Lucia, in SX, una cassa di laminazione fuori linea 1.585.000 m3
- in corrispondenza del nucleo di San Martino, in DX, una cassa di laminazione fuori linea, 630.000 m3
Sono due interventi importanti che possono abbassare le problematicità causate dal torrente Marzeno
Il quinto, (dando per ultimata l’area di laminazione di via Cimatti)
- rialzo e ringrosso dall’argine DX, da dopo quest’area, fino al Ponte delle Grazie con la stessa quota di SX
Ci sembra che quest’intervento sia già stato ultimato, Il problema sono le quote degli argini dopo al Ponte delle Grazie, almeno fino al ponte della ferrovia.
Il sesto, in corrispondenza del meandro del quartiere Orto Bertoni, area di laminazione in SX, prevedendo:
- rimozione di un tratto di argine esistente;
- costruzione di rilevati arginali connessi all’argine esistente per compartimentare l’area e difendere l’abitato e l’area cimiteriale;
- eventuale riprofilatura del piano campagna per massimizzare la capacità di laminazione
Qust’area, indicata in 25 ha, può presentare qualche controindicazione per la collocazione a valle del quartiere Orto Bertoni e a monte del cimitero. (Nelle osservazioni di giugno, avevamo scritto, che determinanti potrebbero essere la reale estensione, le opere di protezione delle zone costruite e soprattutto le modalità di attivazione e gestione, potrebbe essere, nei periodi di non utilizzo, un parco fluviale in fregio al quartiere?) Sarebbe necessario approfondire e comunque non dovrebbe essere tra le priorità. Mentre invece dovrebbe essere prioritaria una arginatura di difesa a sud del quartiere per impedire le esondazioni che si sono verificate provenienti da alcune centinaia di metri a monte.
Il settimo, alla confluenza tra Lamone e Marzeno
- un area di laminazione in corrispondenza di tale confluenza (meandro Via don Giovanni Verità e area compresa tra la via suddetta e il torrente Marzeno)
- adeguamento del rilevato arginale e creazione di nuovi argini
- per tali interventi risulta necessaria la delocalizzazione degli edifici presenti
Nelle anticipazioni fatte dalla Regione nel giugno scorso per questa ipotesi si intendeva che le aree erano due separate…. la prima di 27 ha nell’area di confluenza Marzeno-Lamone, sulla quale ci sarebbero meno problemi, anche se forse non tutta l’area potrebbe essere interessata… la seconda interessava l’area bassa di via don Giovanni Verità, discretamente abitata, che avrebbe dovuto essere delocalizzata, con i relativi problemi, per i quali avevamo espresso dubbi. Oggi se ne indica una sola, di cui non è più indicata neppure l’estensione, significa che è una sola a cavallo dalla strada per Modigliana e del ponte Rosso, o avrebbe una conformazione diversa?]
L’ottavo, in adiacenza al nucleo abitato di Fossolo, un’area di tracimazione controllata, in DX
- tra il CER e via Madrara, delimitata a sud dal CER, ad ovest da via Fossolo e a nord da via Madrara e dal rilevato ferroviario
- per una estensione di 250 ha (nel testo c’è uno zero in più)
- le aree destinate all’allagamento dovranno essere opportunamente confinate, in particolare a nord-ovest
- insediamenti posti all’interno dell’area saranno protetti
- sistemi di contenimento che permettano un uso progressivo dell’area
- vengono segnalati ancora criticità per gli abitati di Sottofiume Boncellino e Traversara e per il ponte dell’attraversamento ferroviario FS Castelbolognese-Ravenna
E’ questa la prima indicazione per un’area di tracimazione controllata, che, complice anche la campagna elettorale appena conclusa, ha scatenato polemiche, in buona parte strumentali. Come è stato già detto, noi riteniamo che queste opere non debbano essere escluse: una volta realizzati tutti gli altri interventi che si considerano prioritari, se – come sembra confermato – a fronte di eventi straordinari non sarà possibile regimentare le piene solo con questi interventi, non è immaginabile che le possibili tracimazioni avvengano semplicemente in modo casuale e incontrollato.
Certo la loro progettazione presenta la necessità di precisi approfondimenti specie in area complessa
come questa, con una verifica puntuale sulle quantità che potrebbero esondare a seconda dei diversi eventi ipotizzabili. E’ necessario il coinvolgimento della popolazione in una progettazione partecipata che tenga conto non solo delle necessarie compensazioni, ma soprattutto del minor danno possibile alle attività presenti sul territorio e alla vivibiltà del nucleo abitato.
Per il bacino del Montone
Nel tratto compreso tra la confluenza del Rio Cosina e il CER:
- Realizzazione di n. 3 aree a tracimazione controllata, poste sia in sinistra che in destra idraulica, in cui poter invasare un volume di circa 6.500.000 m3, interessando un areale di circa 500 ha, interamente ad uso agricolo. I tratti arginali dove sarà prevista la tracimazione controllata dovranno essere adeguati affinché il sormonto non determini il crollo dei rilevati. Le aree da destinare ad allagamento dovranno essere opportunamente confinate in modo da proteggere il territorio esterno. Gli insediamenti posti all’interno di tali aree saranno anch’essi protetti con misure locali. All’interno degli areali potranno essere studiati sistemi di contenimento che permettano l’interessamento dell’ambito in modo progressivo e al contempo aiutino a trattenere quota parte dei volumi esondati:
- interventi di adeguamento in quota e in sagoma degli argini esistenti fino al ponte dell’A 14.
Valgono le considerazioni generali dette al punto precedente. Tuttavia, in particolare su questo caso, è ancora più importante un confronto di merito con il comitato dei residenti, che non si limita a esprimere la propria contrarietà a quest’area di tracimazione controllata, ma avanza alcune ipotesi su possibili interventi alternativi, che potrebbero sostituire, in tutto o in parte, le tre aree proposte.
Uno dei punti critici di questa porzione di territorio è la confluenza tra il Rio Cosina e il fiume Montone, un adeguamento degli spazi e quindi delle portate di questa confluenza, potrebbe portare benefici nel deflusso a valle.
Così come l’ipotesi, indicata dal comitato, di un arretramento degli argini dalla confluenza del Rio Cosina fino al ponte dell’A14, alleggerirebbe il deflusso.